Un fine settimana lento tra le calli di Cannaregio e l’orizzonte quieto della Giudecca: fondamenta d’acqua, botteghe vere, il silenzio del Ghetto Ebraico al mattino, il respiro lungo del canale al tramonto, la Chiesa del Redentore e piccoli orti urbani dove Venezia torna quotidiana.
Parto da nord, dove l’acqua riflette ancora finestre aperte e panni stesi. Evito la Strada Nova. Scelgo la riva lenta. La Fondamenta della Misericordia scorre diritta, con barche piccole e porte di legno consumate. La Fondamenta dell’Abbazia è un passo più in là, più intima. Qui gli artigiani resistono: corniciai, legatori, maschereri che lavorano in luce radente. Non serve correre. Serve ascoltare.
Cannaregio è il sestiere più popolato di Venezia. Lo senti nelle voci. Il sabato mattina ha un ritmo chiaro: finestre che si aprono, caffè che profuma, acqua che batte sulle prue. Punto al Ghetto Ebraico, istituito nel 1516: il termine “ghetto” nasce qui, da un’antica fonderia. Entro in punta di piedi nei campi del Ghetto Nuovo e del Ghetto Vecchio. Leggo le lapidi, guardo le pietre gonfie di storia. Le sinagoghe sono visitabili con guida; gli orari cambiano, conviene verificarli in anticipo. Evito foto invadenti. Parlo a bassa voce. La memoria chiede misura.
Torno verso le fondamenta settentrionali. L’ombra dei ponti regala tregua. Mi fermo per un panino semplice, lontano dai menu plastificati. Scelgo osterie che espongono ingredienti chiari e prezzi trasparenti. Pago al banco, saluto, riparto. È una regola che funziona ovunque in laguna.
Nel pomeriggio prendo il vaporetto. Le linee 4.1 e 4.2 girano l’anello e fermano alla Giudecca; anche la 2 corre nel Canale della Giudecca. Controllo gli orari ACTV e scendo a Zitelle o a Palanca. Qui la folla non si addensa mai davvero. La riva è una lama lunga: vedo San Marco da lontano, la Punta della Dogana, i campanili che bucano il cielo.
Entro alla Chiesa del Redentore, progettata da Andrea Palladio dopo la peste del 1575-77 e consacrata nel 1592. La facciata è un respiro bianco. A luglio, nel terzo fine settimana, la città costruisce un ponte votivo verso la Giudecca: è un rito collettivo, ancora oggi.
Cammino tra tracce di archeologia industriale. Il profilo neogotico del Molino Stucky (1895-1897) racconta una Venezia che produceva, non solo che mostrava. Ex magazzini e officine diventano studi d’artista, laboratori, spazi di prova. Le porte sono discrete. Se sono aperte, entro con educazione. Se sono chiuse, rispetto il silenzio.
La domenica scelgo il margine. Vado a vedere i piccoli orti urbani della Giudecca. Sono lenti, ordinati, reali. Qualcuno zappa, qualcuno annaffia. Le aiuole parlano di quotidiano: pomodori, erbe, cassette di legno riutilizzate. Prendo un caffè lungo la Fondamenta San Giacomo. Ascolto l’acqua che sfrega le bitte.
Qualche dato utile. Camminare è la scelta migliore. Portare una borraccia riduce rifiuti e spese. Sedersi sui ponti intralcia: meglio le rive ampie. Per le visite, meglio prenotare. Per i tragitti, le app ACTV aggiornano in tempo reale.
L’itinerario svela il suo centro solo adesso: Venezia si lascia amare dai bordi, dove il passo dei residenti detta la misura. Davanti allo skyline della città, con il vento che increspa il canale, la domanda arriva da sola: quanto spazio sai lasciare al silenzio quando un luogo ti parla davvero?
Coloro che hanno ricevuto il Reddito di Cittadinanza ad agosto potranno avere degli arretrati: a…
17Le persone tossiche sono ovunque e possono rovinarti la vita. Ecco perché è importante imparare…
Scopri come preparare un delizioso salmone in crosta di pistacchi in soli 20 minuti. Una…
Come conservare il pesce fresco in estate? C'è un trucco che tutti quanti gli chef…
Girando per il Piemonte si trovano sette borghi pieni di fascino, mistero e circondati dalla…
Una torta light, sana e soprattutto senza glutine. L'idea perfetta per chi segue diete ipocaloriche,…